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Con il passare del tempo tutto tende a cambiare. A volte le cose muovono verso
una evoluzione positiva, a volte verso un radicale cambiamento, a volte verso la
loro fine. Non so se quanto sta accadendo nella disciplina del Judo sia una
radicale cambiamento o una strada aperta verso la fine, penso solo che non sia
una positiva evoluzione. Sia nell’ambito dello Shiai che del Kata la
progressiva specializzazione agonistica sta modificando la tecnica e i modi
della pratica. La globalizzazione del Judo ha portato a svuotare
progressivamente il contenuto culturale di questa disciplina che, nata come
parte integrante del Budo, si sta sempre più trasformando in puro sport. Io
non intendo criticare lo sport che ha indubbi meriti sociali, mi spiace solo che
l’assunzione del Judo e di altre discipline a sport, ne stravolga l’anima. Mi è
capitato di guardare durante i giorni della scorsa olimpiade alcune competizioni
di scherma. Devo dire che si tratta di uno sport che evoca uno stile e dei modi
che sono senz’altro molto belli. Non posso altrettanto dire del Judo, dove le
zuffe di cui si nutrono i combattimenti, non evocano certo classe e bellezza e
mi hanno indotto ancora una volta a spengere la TV. Tornando alla scherma è
evidente la sua origine “marziale”, e tante sono quindi le cose che la legano al
Budo. Il combattimento, qualunque forma esso prenda ha radici che accomunano,
specie quando come nel caso della scherma sia legato ad esperienze antiche e
profonde. Nella scherma ho visto che in un combattimento la vittoria viene
ottenuta dalla somma di molti punti che si ottengono in successivi scambi.
Questo rende certa la vittoria, impedisce la sua casualità, rende il tutto
anche spettacolare, ma allontana la condizione mentale di chi combatte dal senso
originario del combattimento stesso. Se si viene colpiti, anche solo feriti, nel
combattimento reale tutto è perduto. Nella mente di chi combatte questo è chiaro
e il combattimento stesso cambia la sua forma per questo. Le attese si fanno
lunghe, la capacità di tenere la concentrazione anche durante l’attesa
dell’attacco definitivo diviene fondamentale. Tutto si gioca in un attimo che
per questo è circondato da una preparazione lenta. Il senso del combattimento
nel Budo non è solo l’attimo dell’attacco, ma quello che c’è prima, compreso il
fatto di essere coscienti che ci sarà solo una chance. In una sola volta viene
deciso il tutto. Questo è il senso dell’Ippon. Nella ricerca dell’Ippon, che può
voler dire attendere e non solo attaccare, che può voler dire lentezza e non
solo gesto atletico, sta uno dei pilastri del Budo. La possibilità di
sperimentare incruentamente la esperienza del combattimento attraverso lo Shiai,
ci da la possibilità di attingere alla cultura sviluppata dal Budo e dal
Bujutsu. Ci viene permesso di trovare la condizione mentale, la lucidità, la
decisione, il distacco ricercato dagli antichi guerrieri in una forma moderna
che ci permette formare il nostro carattere e la nostra coscienza di sé, qualità
che poi ci aiuteranno a realizzarci meglio nella vita e a contribuire al mondo
che ci circonda. Questo è il messaggio che possiamo ricevere dalla pratica
dello Shiai, quando questo viene condotto nella sua forma originale, che non è
quella di una lotta a punteggio,ma qualcosa di molto diverso. Il mondo
intorno però chiede che il combattimento sia comprensibile, che il risultato sia
certo e non casuale e che possibilmente il tutto sia anche spettacolare, magari
per poterlo far digerire in TV. Il senso della pratica dello Shiai però è ben
altra cosa. Non voglio qui fare una precisa analisi di come il combattimento nel
Judo sia una forma di educazione mentale e fisica, voglio solo dire che le
regole e i modi con cui questo viene effettuato fanno si che si mantenga viva in
esso la cultura del Budo o che esso si trasformi in puro sport. La stessa cosa
si può dire per la pratica del Kata. Fino a quando esso è una forma di Budo o
quando diviene un esercizio sportivo? Dipende molto dall’anima con cui lo si
pratica. Se lo si vive come mezzo per acquisire una conoscenza o come esercizio
di cui dimostrare bravura. Questo implica che il concetto di gara di kata, in
cui si dimostra la eccellenza raggiunta, trasforma la pratica di questo
esercizio in puro sport. Kano ha lasciato scritto che la competizione è
molto importante. Secondo lui questa rende più interessante la pratica, nel
senso che la motivazione alla competizione avvicina i giovani e li tiene vicini
alla disciplina. Questo significa che la competizione può essere usata per fare
si che i praticanti studino la disciplina, non si può certo permettere che la
competizione stravolga la disciplina. Ma attualmente sembra che nel mondo
giri un vento diverso. Il Giappone bene o male ha sempre cercato di riportare
il Judo verso canoni più tradizionali, ma nel resto del mondo molti lavorano per
il fine opposto. In Giappone lo Shiai viene ancora inteso con la sola
considerazione di Wazari e Ippon, mentre nel modo c’è chi opera al fine di
introdurre un giudizio del combattimento basato sulla somma di grandi e piccoli
punteggi ottenuti. Recentemente il Giappone ha perso molta forza all’interno
della International Judo Federation, e questo non fa pensare al meglio per il
futuro. Ma anche in Giappone si sente il vento che muove il resto del mondo.
Anche i modi di allenamento delle università giapponesi mano a mano somigliano
sempre più a quelli occidentali. Randori e Shiai giapponesi spesso non sono più
molto diversi da quelli di altri paesi. Perfino il Kata comincia a
cambiare. Recentemente il Kodokan di Tokyo ha modificato i tipi di
certificato che questo istituto rilascia a chi supera gli esami di Kata che in
genere vengono tenuti al termine del kaki Koshukai (Corso estivo) che si tiene
annualmente fra la fine di Luglio ed i primi giorni di
Agosto. Originariamente, fino al termine degli anni ’90, chi superava l’esame
otteneva il certificato ShutokuSho, dove il primo carattere indicava Osameru
(padronanza e maestria nell’esercizio). Successivamente sono stati introdotti
due criteri di valutazione per chi superava la prova, creando due livelli di
certificazione. Entrambi si leggevano Shutokusho, ma mentre uno era
caratterizzato dall’ideogramma Narau (imparare), livello che intendeva
riconoscere una buona esecuzione dell’esercizio, l’atro iniziava con
l’ideogramma osameru, che come detto prima intende maestria, aver recepito a
fondo. In fondo era stato istituita una prima forma di punteggio, di chiara
valutazione, di classifica. Da quest’anno sono stati istituiti tre
livelli: Il primo è detto Shutokusho (Narau) ed è paragonabile al vecchio
primo livello, nei suoi punteggi inferiori. Il secondo è detto
Seitsukujuku-sho. Esso va dai punteggi alti del vecchio primo livello ai
punteggi bassi del vecchio secondo livello. Il suo nome implica maggiore
abilità, completezza ed energia raggiunti. Il terzo è detto Jukutatsu-sho. Il
suo nome implica maestria nell’esercizio. Un po’ come una volta nello Shiai
si dava valore solo all’Ippon, e poi sono nati wazari, Yuko e Koka, nel kata una
volta c’era aver superato la prova, mentre ora la si può superare con varie
distinzioni di livello. Ancora una volta una classifica. Se la valutazione
originaria certificava di una abilità raggiunta o meno, di aver superato o meno
un ostacolo, nel tempo è nata una scala di valori, un punteggio che va incontro
ad esigenze di chiarezza, di comprensibilità e in fondo anche di sport. Non
si tratta più solo di avanzare in un percorso personale ma anche di avere una
sua riconoscibilità all’esterno, si tratta di un lento, ancora piccolo, ma
significativo snaturamento della valutazione dell’esercizio in relazione alla
sua sostanza. Questo non vuole dire che i valutatori del Kodokan non siano
capaci, si tratta in genere di personaggi al di sopra di ogni giudizio. Non si
parla di questi maestri, si parla delle regole del gioco, dei criteri di
attribuzione di valore. In fondo presto ci saranno anche i campionati mondiali
di Kata. Gli anziani maestri, il valore delle loro profonde esecuzioni sarà
probabilmente oscurato dalle vuote ma spettacolari dimostrazione dei giovani. Un
anziano non può cadere come un giovane, non può muoversi così agilmente, ma
trattiene una diversa esperienza nei suoi gesti,che forse perderà di valore agli
occhi del mondo. I tempi cambiano, il vento a volte cambia direzione. Io
non credo che questo vento spinga nelle vele del Judo inteso come Budo. Penso
che lo spinga sempre più verso lo sport. Non credo che lo sport sia un male. So
soltanto che il Judo proviene da un’altra cultura e dovrebbe guardare ad altri
orizzonti.
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