Isamu Ishii: Storie di un maestro di Judo - 3

Ero orami un ragazzo disciplinato, severo e paziente: al raduno di ogni mattina nel cortile della scuola elementare potevo reggermi, per delle ore, tutto diritto in piedi senza muovermi neanche di un centimetro al grido dei maestri: “Attenti”. “Fatica”, “Stanchezza”, “Noia”, “Inerzia” ecc. erano parole proibite  per tutti i ragazzi. In classe ogni qualvolta si parlava della guerra, la mia maestra non finiva mai il suo discorso senza dire che mio padre stava combattendo contro gli americani per difendere noi ragazzi e per la gloria della nazione.

Soldati giapponesi si arrendono

Ascoltandola il mio animo non poteva trattenere i brividi dell’orgoglio e della decisione di seguire mio padre in guerra. Dovevo crescere velocemente  più forte e più presto possibile, per essere in tempo per diventare soldato. Mancando però da mangiare,  dovevo principalmente armarmi di spirito combattivo contro la fame.  Dal 1944 al ’45 la situazione della guerra andava sempre peggiorando per il Giappone. L’asse Roma-Tokyo-Berlino era di fatto già fallita con il crollo del “Drittes Reich” di Adolfo Hitler e del governo di Benito Mussolini. Il viso di quest’ultimo mi era stato così famigliare, lo vedevo nel notiziario cinematografico e lo consideravo un gran eroe, semplicemente perché aveva combattuto contro gli Anglosassoni. Dalle isole nell’Oceano Pacifico scomparivano l’una dopo l’altra le bandiere di Sol Levante e venne annientata la Flotta Navale da guerra Imperiale.  L’isola di Okinawa divenne un altro campo di battaglia accanita e feroce, coinvolgendo tutti gli abitanti.

La notte del 10 Marzo ’45 la metà dei quartieri di Tokyo venne distrutta dai bombardamenti americani, che uccisero più di 100.000 cittadini,  poi tutte le altre città maggiori subirono più o meno lo stesso destino. . Il Quartiere Generale delle Forze Imperiali non diceva mai la verità. Venivano riportate sempre  false notizie , riferendo sempre di pochissimi danni e minimizzando le perdite. Infine il giorno 6 di Agosto, una bomba atomica lanciata a Hiroshima, causò più di 200.000 morti nell’immediato e lasciò decine di migliaia di sopravvissuti sofferenti, per tutto il resto della propria vita, per i gravi effetti della radioattività. Dopo 3 giorni un’altra bomba atomica fu sganciata a Nagasaki uccidendo più di 80.000 abitanti. Ancora qualche giorno dopo avvenne l’invasione delle truppe sovietiche, in occasione di cui si svolsero tutte le scene atroci della guerra.

L'esplosione atomica di Hiroshima

L' edificio rimasto simbolo di Hiroshima

la devastazione di Hiroshima

L'aereo che gettò la bomba

In questa foto lo stesso edificio dopo l'esplosione

Nagasaki è totalmente annientata

Niente da fare: l’unica soluzione era la resa totale dell’impero Ed il 15 Agosto  il popolo giapponese sentì per la radio, per la prima volta dopo quella della dichiarazione di guerra, la voce dell’Imperatore. Era di tono molto grave, ma stridulo e spasimato. Il significato delle sue discorso era quasi incomprensibile, pieno di vocaboli singolari e difficili della Casa Imperiale. Ascoltandola capii soltanto che il Giappone era sconfitto: strinsi forte i pugni e mi vennero  le lacrime.Cadde proprio il cielo, ed io ero distrutto e disperato…eppure non perdevo l’appetito. A casa tutti mangiavamo patate, zucca, soia, robe magre, pochissimo riso e niente zucchero. Una volta al mese veniva da noi un contadino a fare baratto di riso con i preziosi oggetti d’antiquariato custoditi da mio nonno, oppure con i bei Kimono di mia madre.

 

 

increduli e disperati i giapponesi ascolatano dalla

radio la voce dell'imperatore che annuncia la resa

A mio nonno naturalmente non piaceva quell’uomo, ma a me si, perché volevo mangiare del riso bianco, ed era proprio lui che ce lo riforniva. Andavamo pazzi per i dolci ma lo zucchero era un sogno lontano, impossibile da trovare se non al mercato nero. Se penso al cioccolato, il re dei dolci, mi ricordo una scena abbastanza vergognosa. Qualche mese dopo l’inizio della occupazione americana, si vedevano anche nel mio piccolo paese i soldati americani in pattuglia. Una sera d’autunno, di ritorno a casa, vidi due giovani soldati con il fucile automatico in mano, circondati dai bambini sciupati e affamati che gridavano .”Give me  a chocolate!”. Quegli americani, tutt’altro che orchi come si soleva dire durante la guerra, li davano qualche cosina sorridendo. A guardare bene quella folta siepe di bambini, vidi mia sorella chiedere il cioccolato, insistendo come una mendicante. Mi avvicinai immediatamente a lei, la presi per una mano e le dissi:”Che Diavolo stai facendo! Torniamo a casa”. Strada facendo brontolò la sorellina: “Mi fai male…Aspetta…Non ti arrabbiare…Ti do questo,mangia, è buonissimo.” Aprì la mano libera ed io vidi un pezzo di cioccolato, un po’ ammorbidito per il calore della sua mano. Dopo un po’ d’esitazione lo presi e lo gettai in bocca…ma che dolce…che fragranza! Che sapore, delizioso di servitù e di umiliazione.