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Intanto c’era stata un’altra offerta di lavoro da
parte del Kodokan. Avrei dovuto andare in Afganistan, quale Istruttore per
l’Esercito della Accademia Reale. Mi trovavo al bivio più serio della mia
vita…assolvere al debito morale verso il Kodokan o vivere fedele ai propri
desideri. Alla fine diventai un “Etranger” scegliendo la seconda via. Concluso
il contratto con il Judo Club di Perpignan, convenimmo che il sottoscritto
avrebbe dovuto dare due ore di lezione al giorno, per sei giorni alla
settimana, e dirigere i corsi speciali tenuti dai Judo Club di altre città,
senza condizioni, secondo le richieste del Judo Club di Perpignan.Quest’ultimo
invece mi avrebbe ricevuto come ospite in una casa, garantendo i viaggi, andata
e ritorno per nave, e due anni di soggiorno a proprie spese, oltre a uno
stipendio mensile equivalente alla borsa di studio del Governo francese. Il
Kodokan, offesosi per la mia scelta, mi mise fuori dalla sua autorità emettendo
una circolare nell’ambiente del Judo francese, dove spiegava che io non avevo
nulla a che vedere con la sua organizzazione. Il mondo judoistico d’allora in
Francia era in grande confusione, diviso in due correnti.
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Una seguiva
l’insegnamento di un esperto giapponese ufficialmente mandato di recente dal
Kodokan e l’altra praticava un vecchio metodo inventato da un anziano maestro
giapponese, così furbo che era soprannominato “il commerciante di judo”. La
solita lotta questa per la supremazia coinvolgeva tutti i judoisti francesi. Il
timore del kodokan era che la mia presenza in Francia meridionale finisse con
l’andare contro la sua politica che mirava alla diffusione del Judo autentico
nel mondo e al suo inserimento fra le
specialità dell’Olimpiade di Tokyo del 1964.
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I
Maestri giapponesi di Judo presenti in Francia all'epoca
dell'arrivo di Ishii a Perpignan.
A
sinistra Mikonosuke Kawaishi, a destra Ichiro Abe, inviato
ufficiale del Kodokan, attualmente 10° Dan
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Il Kodokan teneva anche per la
possibilità che un giovane judoista come me fosse adescato da quel furbo maestro giapponese, alimentando così l’antagonismo
fra le due correnti che si erano venute a creare. Saputo questo io mi sono
detto: “farò il mio Judo con la coscienza pulita, stando neutrale dal vortice
del conflitto”. All’ avvicinarsi della mia partenza mi sentivo in piena forma:
mi allenavo al Dojo di Waseda con gli studenti più forti e robusti, 30 o 40
chili più pesanti di me, con i quali combattevo decisamente ricercando la
velocità ed il ritmo dei movimenti. Un giorno ebbi l’occasione di fare un RANDORI
(pratica, combattimento libero) con il Maestro Osawa. Fu lui ad invitarmi
dicendo: “Facciamo sul serio…fai finta che sia uno straniero”. Quante volte ero
stato scaraventato per terra da lui in quel Dojo…mi tenni pronto a combattere
forte e dopo due o tre minuti riuscii a gettarlo a terra. “Un bell’Ippon, hai
vinto…”, fece lui allegramente. Avevo sentito tuttavia nei suoi movimenti un
varco, creato apposta da lui, come per attirare una mia mossa decisiva. “ Ma
questo è davvero un regalo per incoraggiarmi, il regalo più prezioso che abbia
mai avuto…”, dissi dentro di me, inchinandomi a lui.
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Ill
bellissimo Sode tsuriKomi Goshi di Yoshimi Osawa, 9°
dan, a sx in una ripresa dell'epoca e a dx in una più
recente
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Il giorno della partenza
era imminente: era già finito il mio nuovo vestito, un completo su misura che
era un regalo di mio padre e l’unico abito da portare all’estero. Mettendomelo
davanti allo specchio ci trovai uno sconosciuto un po’ effemminato ma non tanto
antipatico. “Chi sei tu” gli domandai. “Io sono quello che rappresenta il Judo
giapponese” lui mi rispose sorridendo. La cravatta me l’aveva regalata la
ragazza del mio rifugio. Facendomi il nodo della cravatta mi disse: “Ti
aspetterò per due anni…torna da me, mi raccomando”. “Lo spero bene….penserò a
te e ti scriverò”, feci, sentendo però le mie parole come volare via nel vento.
Il grande pontile del porto di Kobe era gremito di gente. C’erano anche mio
padre, mio fratello maggiore, mia sorella e decine di parenti e amici. Ognuno
di loro preoccupandosi per me, mi diceva più o meno le stesse cose. Scambi di
saluti e auguri, sorrisi, lacrime, abbracci…era proprio la scena dell’addio di un
soldato che parte per il fronte. Per quanto mi ricordi a quell’epoca suonava
assai patetica la parola YOKO, che letteralmente significa “andare attraverso
l’Oceano”. Il mondo era così grande e pieno di pericoli che non si sapeva che
diavolo ti aspettasse. La parola quindi, comprendeva il senso di esaltazione
eroica e l’ansia per l’ignoto. Suonò il gong della partenza mentre echeggiava il
suono della sirena inghiottendo le urla d’addio, le emozioni e i pensieri,
mentre cominciarono a stendersi lunghi nastri di carta variopinta, fluttuanti
nel vento, che divenivano ormai l’unico legame tra me ed i miei famigliari. Più
tardi dall’alto
del ponte all’aperto nella mia mente si affollarono mille pensieri. Le tensioni
e i dissapori causati dai miei legami di sangue, l’odore del sudore dell’allenamento
e le luci al neon di Tokyo mi riapparivano davanti. Però man mano che la nave
si allontanava dalla costa, prevaleva dentro di me l’animo fiero di un
“Etranger”. E quando la folla di gente sul pontile si trasformò in un puntino nero,
io tirai su i nastri svolazzanti e li gettai,
arrotolandoli sgualciti, via fra le onde.
FINE
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La
nave Hikawa Maru è la più famosa nave passeggeri giapponese,
che fino agli anni '60 ha solcato le rotte
transoceaniche.
Nel 1938, durante il ritorno dall'Egitto, al suo
interno spirò Jigoro Kano.
Attualmente
la nave, ormeggiata nel porto di Yokohama ospita un
Museo e un ristorante.
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