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Ho letto il suo articolo “il
sapere di non sapere” pubblicato sul sito di freebudo.Vorrei comunicarle qualche
riflessione che le sue parole mi hanno indotto ad elaborare, approfittando di
un periodo di sosta lavorativa di cui godo.Calo i miei pensieri sperando
che completino un disegno che adesso non riesco a vedere ancora, spero ...
Il
cammino è irto e tortuoso
che
il coraggio non ci abbandoni.
Non sarà che il nostro
mondo, quello che troviamo proprio fuori dall’uscio si sia messo a girare al
contrario? Oppure al contrario di come dovrebbe girare? Il mondo dice che è
l’insegnante che deve motivare l’allievo.
Non sarà che è l’allievo a dover
trovare le proprie motivazioni per imparare?Il mondo dice che
l’insegnante deve essere un bravo comunicatore. Non sarà che è l’allievo a
dover essere un bravo ascoltatore?
Si cercano persone a cui
dare la colpa delle proprie incapacità. Non sarà che ciascuno deve fare le
proprie scelte, “assumersi” le proprie responsabilità (operare in conformità a
quelle che si hanno), cercare la propria strada, indagare sul da farsi?
Diamo un mucchio di giudizi
su chi insegna, ma non ci fermiamo mai guardare quanto siamo ignoranti e non
siamo disposti a mettere in discussione niente per progredire.
Andiamo ad uno stage e poi
invece di praticare si discute, si va in giro, si polemizza (io a polemizzare
sono un campione) o si esce a prendere un caffè o ancora peggio non si riesce a
provare senza che qualcuno più intelligente e competente venga ad interrompere
per venire a dire come si fa questo o quello. Siamo arrivati al punto che la
stessa organizzazione non si preoccupa più dello spazio a disposizione per
praticare, tanto si parte dal presupposto che ci si muoverà pochissimo. In
compenso si vedono chimoni di tutte le fogge e colori.
C’è l’altro lato della
medaglia. Si vedono insegnanti che invece di insegnare fanno dimostrazioni di
tecniche una di seguito all’altra; così, che anche a voler provare in mezzo al
caos, non si ha il tempo di mettere insieme qualche movimento che si passa alla
tecnica successiva (il budo non è uno spettacolo).
Come mi piacerebbe se
qualcuno spiegasse l’ A B C e si potesse provare; andare verso l’infinitamente
piccolo, invece che andare verso l’infinitamente grande. Una cosa troppo
facile? Forse.
Il risultato di questi stage
è che alla fine rimane nel cuore di chi vuole fare, una profonda amarezza (lo
so che bisogna continuamente rinnovarsi e vivere nel presente, ma è difficile),
mentre nel cuore degli altri, dei molti sfaccendati, davvero non so dire.
Esistono nel budo in Italia
due grandi problemi irrisolti: uno è quello relativo all’insegnamento, il
secondo è quello relativo agli allievi o potenzialmente tali.
Esistono circostanze nelle
quali l’accumulo di conoscenze è indispensabile ad affrontare una data
situazione, ne esistono altre che si affrontano bene solo se si è “tolto” a
sufficienza.
L’accumulo di conoscenze si
fa utilizzando la mente razionale, la così detta neocorteccia, mentre
l’accumulo “in meno” si pratica nel dojo, dove le tecniche non vanno intese
come conoscenza in più, ma come strumento per “togliere”.
Senza voler sembrare un guru
indiano e nemmeno un illuminato (che non sono), credo che il punto sia l’ego.
Quella sovrastruttura che pesa sul nostro cervello e tutto distorce. Quel
maledetto concepisce solo l’accumulo di nozioni e non ne vuole sapere di farsi
da parte per consentirci di scavare nelle cose per arrivare a modificarci, a
ritrovarci e fare delle scelte libere e giuste; sta tanto bene lì dov’è, anzi
più conosce, più può far valere il suo conoscere ed essere riconosciuto ed
ingigantirsi. L’unico modo, forse, per conoscere e non diventare schiavi dell’ego,
è mirare a utilizzare quel che si sa per aiutare gli altri.
Questa voglia di emergere,
di essere riconosciuti di voler sfruttare economicamente quel poco che si
sapeva ha prodotto e produce allievi e poi maestri che non avevano o hanno le
conoscenze tecniche, né lo spessore morale per potersi dire maestri.
Mi ricordo che quando facevo
judo, dopo anni, non avevo mai sentito le parole: “omote”, “sen”, “go no sen”, “sen
no sen”; il nage no kata, per esempio, lo provai per dare l’esame da cintura nera,
ma non nella mia palestra. E’ possibile che la base su cui praticare l’abbia
trovata su internet?
Mi è giunta voce di una
palestra dove l’insegnante diceva di iscrivere gli allievi in una federazione e
poi non lo faceva oppure li iscriveva e poi non aggiornava i tesseramenti in
seguito ai passaggi di cintura che però si faceva pagare (il compenso non è
disdicevole, ma l’imbroglio sì, soprattutto trattandosi di budo).
Forse la posizione, oggi, da
tenere per coloro che insegnano il Judo sarebbe quella di considerarsi
istruttori di collegamento fra l’allievo e i maestri che periodicamente fanno
visita al dojo (certo che se si pensa non vadano bene neanche quelli del
kodokan diventa un problema quasi impossibile da risolvere) oppure che si vanno
a trovare a casa loro.
Il problema è che per fare
gli istruttori occorrerebbe possedere un bagaglio tecnico almeno pari al
programma standard del judo (sembra facile detto così); intendo dire tutti i
kata del programma, il go kyo, il programma tecnico al suolo, nonché le
strategie, gli spostamenti, le posizioni, le cadute, i kuatsu; andando a colmare
le mancanze tecniche attingendo da altri istruttori (il judo è molto difficile)
e se non si conosce un kata o non ci si sente di insegnarlo, occorre colmare la
lacuna al più presto (è importante lo spirito con cui si fanno le cose), ma nel
frattempo gli allievi bisogna sollecitarli a provare altrove (forse il piccolo
io protesta, forse gli allievi apprezzano il maestro). Da un lato la ricerca
della nozione fine a se stessa è sbagliata, dall’altra è necessario acquisire
delle nozioni, se non si vuole perdere quello che è stato costruito sino a qui,
da chi è venuto prima di noi.
Non si pretende la
perfezione, ma una base su cui lavorare e poter imparare da sé, ricordando che l’insegnante insegna, ma sta all’allievo
imparare e se l’insegnante ha delle buone basi è difficile che possa dire
baggianate, ci sarà solo un diverso livello d’insegnamento, ma non un vuoto o
peggio un insegnamento al contrario. Cito un esempio: un po’ d’anni fa andai a
praticare in una palestra (riesco solo più a fare judo saltuariamente) dove, in
randori al suolo, tirai uno strangolamento (mi sembra fosse okuri eri jime,
comunque lo strangolamento era respiratorio), uke, giustamente, dopo un po’ di
fisiologica resistenza si arrese (anch’io faccio così quando vengo
strangolato), un fatto normale pensai io, invece no, il suo istruttore lo riprese
e gli disse che in gara si doveva resistere fino allo svenimento, che non c’era
motivo di battere: Beh ... penso io adesso, questo signore aveva preso un
diploma di insegnamento, ma non credo sapesse quel che diceva, scommetto che
non sapeva nemmeno praticare un kuatsu di rianimazione, sempre che ci fosse
ancora un soggetto da rianimare, visto che, a svenimento avvenuto, se non stavo
attento o non mi accorgevo dello svenimento, in conseguenza del conseguente rilassamento
muscolare rischiavo di sfondargli la trachea; ma ci rendiamo conto? Il motto
diventa: “Tutti insieme per andare al cimitero”. Inutile dire che non si spese
una parola per spiegare come era possibile tentare la liberazione o che errore
era stato commesso per trovarsi nella condizione di essere strangolati. Ecco,
un’occasione nella quale è meglio il
silenzio, non è detto che si abbia la soluzione in tasca in ogni momento o che
sia il momento di esplicitarla e non lo si può pretendere da nessuno.
Il maestro non si misura con
il metro o con la bilancia e nemmeno con il corso.
E’ pur vero che non si può
pretendere di praticare due o quattro ore medie alla settimana e pensare di
essere al livello di maestri giapponesi del periodo d’oro del kodokan, se si considera
che un tempo l’abilitazione all’insegnamento avveniva con il conseguimento del
6° dan e un mare di corretta pratica.
Quindi il problema non è di
professare falsa modestia, ma di attenersi ad un dato di fatto: è ben difficile,
da un lato, aver praticato in Italia il Judo di Jigoro Kano e dall’altro aver
raggiunto il livello di 6° dan di un judoka degli anni trenta.
Con ciò non voglio dire che
chi insegna oggi in Italia non abbia titolo a farlo, ma solo che dovrebbe
essere chiara a tutti i praticanti, in particolare a qualche maestro, la
differenza fra un 3° dan maestro italiano e un maestro giapponese ante guerra,
senza che questa consapevolezza debba mettere in soggezione od offendere
qualcuno. Anzi penso che il Judo meriti di essere praticato anche se l’insegnante
non è Mifune e l’allievo non arriverà mai ai traguardi di Yamashita. Guai se
non fosse così, perché il Judo non potrebbe diffondersi. Sta a tutti quelli che
fanno parte del mondo del judo aumentarne la qualità tecnica, ma soprattutto
morale, non è infatti sufficiente aumentare il numero delle iscrizioni occorre
soprattutto diffondere il judo e non qualcos’altro.
E’ importante essere chiari,
non illudersi, né illudere qualcuno: in questo momento storico non si può
pensare di avere sul territorio tutti i maestri, al livello di quelli dei primi
anni del Kodokan, che servirebbero per le esigenze di una nazione (non c’erano
a quell’epoca nemmeno per le esigenze del Giappone).
Dal canto mio ho il 2° dan
di Judo da anni e lo sento sempre più pesante da portare e tutte le volte che
qualcuno mi chiede un consiglio ho sempre il timore di dire qualcosa di
sbagliato (cosa che, purtroppo, probabilmente avviene).
Il maestro non è la
soluzione per i nostri problemi è solo un riferimento o una guida, ma merita tutta
la nostra riconoscenza perché ci dà qualcosa di unico ed irripetibile che non
si può pagare anche se paghiamo per averlo. Questo qualcosa non ha garanzia,
perché in realtà la garanzia dovremmo essere noi, che però normalmente guardiamo
da un’altra parte.
Per esempio quando si prova
a chiedere la strada giusta a qualcuno, non si trova mai uno che la spieghi
bene e normalmente se non ci mettiamo del nostro, finiamo per sbagliare. Se
sbagliamo il primo pensiero corre a quel cretino che ci ha spiegato male la
strada, ma se facciamo un corretto esame ci accorgiamo che il più delle volte
siamo noi che non abbiamo capito o non lo abbiamo lasciato finire (perché
avevamo già il piede sull’acceleratore), che forse quel signore che ci ha dato
una mano intendeva un percorso diverso e noi l’abbiamo interpretato male, a
volte ancora ci accorgiamo che c’era anche un segnale o non abbiamo fatto
attenzione a qualcos’altro, non parliamo poi del fatto che spesso potevamo risolvere
il tutto guardando la cartina che abbiamo invece dimenticato o del fatto che
avremmo potuto chiedere anche a qualcun altro che era lì, a portata di mano. Alla
fine del ragionamento ci rendiamo conto che la colpa è perlopiù nostra, ne è
una riprova che c’è sempre qualcuno che arriva in meno tempo senza essere mai
stato sul luogo prima. Io lo so bene perché sono uno specialista nello
sbagliare strada e invidio chi invece arriva senza problemi. Però se qualcuno
mi chiede perché sono arrivato in ritardo gli dico che sono partito tardi per
colpa di tizio o caio, c’era la nebbia, i cartelli non si vedevano e infine un
cretino mi ha fatto sbagliare strada.
Stesso ragionamento vale per
le gare, quando si da la colpa all’arbitro della sconfitta per un suo errore
(vero o presunto), invece sono stati commessi mille errori da parte dei
contendenti che potevano portare ad un risultato del tutto diverso.
Mi ricordo del mio maestro di
ju jitsu che raccontava di una gara di judo dove uno faceva segno all’arbitro per
segnalare la scorrettezza dell’altro, quando avrebbe potuto facilmente
approfittare di quella scorrettezza per vincere (allora pensavo che l’arbitro
doveva far rispettare le regole, adesso aggiungo che il judoista non deve fare
congetture, ma fare e basta). Anche a me fa venire il nervoso l’arbitro quando
guardo la partita, ma se ci penso ... Forse penso per il meglio ed il mondo,
allora, gira come si deve ...
Luca
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