Praticando una disciplina del Budo o del Bujutsu, fino dall’inizio riflettiamo in essa il nostro modo di pensare, di vedere la realtà, di agire. Durante la pratica e lo studio lentamente i nostri punti di partenza cominciano a vacillare. Quello che credevamo giusto, i nostri preconcetti e le nostre convinzioni perdono di concretezza e

 

 

 

Il messaggio di grandi Maestri del Kodokan di Tokyo è stato spesso trascurato o dimenticato da enti e federazioni. Nella foto Tadashi Koike esegue Ashi Guruma

 

sperimentiamo gradualmente un cambiamento che ci porta a valutare in modo diverso la realtà che ci circonda, sia da un punto di vista tecnico che personale. Questa magica alchimia non ha il suo segreto in insegnamenti esoterici o riti iniziatici, ma semplicemente nella pratica continua e onesta. Naturalmente con i termini di pratica continua e onesta non si intende “Stupida”. Una pratica stupida è quella che, priva di una sana curiosità e onestà intellettuale, ci invita a ripercorrere i passi di coloro che ci hanno preceduto nelle realtà dove viviamo, senza cercare di strappare il velo dei limiti che ci impone la cultura di riferimento del gruppo di cui ci troviamo a fare parte. Sono veramente poche le persone che hanno il coraggio di distaccarsi dalla interpretazione dominante per intraprendere un percorso di studio e di crescita, cosa assolutamente necessaria in una situazione come quella italiana, dove enti e associazioni generalmente non assicurano un percorso di studio con veri insegnanti. A peggiorare ulteriormente le cose, contribuisce il fatto che coloro che vengono a trovarsi riconosciuto un grado oppure la qualifica di istruttore, in gran parte credono di avere terminato l’apprendimento. Questo è evidente in modo molto chiaro, ed è riscontrabile negli ambiti più diversi. Prendiamo ad esempio la disciplina del Judo. Il mondo è pieno di persone che si dicono, e forse sono, realmente appassionate per questa disciplina. Tanti di essi sono insegnanti. Essi si recano più o meno costantemente ai corsi di aggiornamento delle organizzazioni di cui fanno parte, ma solo una percentuale veramente irrilevante di essi cerca invece di progredire studiando con Maestri di valore al di fuori delle occasioni ufficiali.

 

Spesso si sente dire che i gli istruttori e i Maestri vanno ad aggiornarsi. Come dire che conoscendo la materia, essendo Maestri in quello che loro fanno, vanno a conoscere i nuovi sviluppi, le ultime novità di cui non potevano essere informati al tempo dei loro studi. Come se degli scienziati, ad esempio studiosi di fisica, si recassero ad un convegno per essere informati sulle ultime scoperte sulla struttura della materia. Il Judo è fatto per essere praticato e non perché se ne discuta. La filosofia e la cultura del Judo stanno nella sua pratica tradizionale e non nelle dissertazioni senza senso a cui assistiamo in tanti “Corsi di aggiornamento”. Per fare un esempio le piccole variazioni che a volte sono state apportate ai Kata sono assolutamente trascurabili e chi conoscendo profondamente l’argomento dovesse “aggiornarsi”, avrebbe bisogno di cinque minuti. Il Judo non ha bisogno di aggiornamento, ma di studio. Il Judo non è una disciplina in evoluzione. Chi lo pratica subisce una evoluzione. Chi continua a praticare ogni giorno si evolve e aumenta la sua comprensione, fino all’ultimo giorno della vita. Per questo considerarsi Maestri è fuori luogo parlando di Judo. Si può studiare con un Maestro, ma il sentirsi tale denota un irrigidimento interiore che testimonia il fatto di essere arrivato ai propri limiti. Sentirsi Maestro vuol dire aver terminato il proprio

 

 

Il rapporto personale è il cardine dell'insegnamento:

Una spiegazione di Jigoro Kano a dei bambini

 

processo evolutivo e, in un certo senso, uscire dalla strada del Judo. In giapponese Sensei significa “Nato prima”. Un Maestro è qualcuno più avanzato di noi nella strada del Judo e non il vertice di una piramide, il tenutario della verità o quant’altro. Perché il Judo possa sopravvivere, occorre una trasformazione della mentalità dei praticanti e, naturalmente, degli insegnanti. Occorre superare il concetto sportivo oramai legato al Judo e riscoprirne la più intima natura. Perché il Judo si conservi dobbiamo fare sì che esistano praticanti e non atleti. E’ importante che ci siano Dojo e non palestre. Luoghi dove si pratichi e non ci si alleni, dove si possa studiare e non aggiornarsi, dove si faccia e non si disserti, dove si seguano degli insegnanti e non ci si confronti .

 

 

 

   

 

 I corsi di istruzione ufficiali, anche quando organizzati con insegnanti di valore,

non permettono la nascita di un rapporto personale fra insegnante e allievo

 

freebudo@freebudo.com