Il senso della pratica ed il Maestro 

di alessio oltremari  

 

Spesso nel mondo del Budo italiano troviamo un modo di sentire le discipline che pratichiamo in modo molto diverso da come avviene in Giappone. Fra questi due modi di concepire  ci sono tantissime differenze che meriterebbero una analisi accurata. Il senso della pratica, la figura del Maestro e tantissimi altri argomenti avrebbero diritto ad una analisi approfondita, ma in questo caso quelle che seguono sono solo alcune considerazioni sui primi due punti. E’ interessante notare come molti aspetti delle discipline del Budo e del Bujutsu siano stati rivisitati, interpretati e quindi modificati al momento del loro ingresso nel mondo occidentale. E’ come se la mancanza di conoscenza della cultura di riferimento di queste discipline avesse lasciato spazio ad un grosso margine interpretativo, le cui lacune sono state colmate utilizzando tanti luoghi comuni della nostra cultura. Ad esempio è noto a tutti come la mancanza di comprensione del concetto di percorso di sviluppo personale, contenuto all’interno del significato della parola “Do” (la Via), abbia lasciato spazio alla reinterpretazione sportiva del Judo, del Kendo e del Budo in generale.

 

Jigoro Kano creando il Judo ha voluto sottolineare il valore della Via all'interno

della pratica del Bu Jutsu

Come è noto lo sport in occidente contiene all’interno di sé le discipline di combattimento (la lotta, la boxe, la scherma, etc.) ed i valori che essi veicolano non sono diversi da quegli degli altri sport. La sviluppo corporeo, la formazione del carattere, l’educazione ad accettare i valori della nostra società, sono i cardini dello  sport. Nello sport non si parla di una evoluzione del praticante, ma della realizzazione di chi egli è già, del potenziamento e dello sviluppo delle sue esistenti qualità e non della sua evoluzione. Non si ricerca la trasformazione di un uomo in un nuovo uomo attraverso una evoluzione che porti l’individuo ad avere uno sviluppo diverso da ogni sua precedente intenzione. La ricerca del risultato, l’esaltazione del campione, l’allenamento sportivo, l’affermazione personale non sono concetti presenti nel Budo. La pratica delle discipline del Budo  messa in relazione con  la difesa personale o quello che viene definito “Street Fighting”, è una ulteriore degenerazione che si consuma grazie al contatto con la cultura occidentale. In occidente ci si ostina a chiamare “Arti Marziali”, quelle discipline che in Giappone solo nella loro peggiore interpretazione furono tali e che invece per secoli hanno contribuito a formare l’etica e la personalità  di tanti uomini che hanno contribuito a fare la storia culturale, politica e artistica di quel paese. Allo stesso tempo non fanno parte del Budo in senso tradizionale, nemmeno tante applicazioni sociali che attualmente,  in particolar modo per il Judo, stanno fiorendo ovunque.Benché sia lodevole occuparsi delle persone disabili o di tutte quelle categorie di persone svantaggiate a cui spesso il Judo si

rivolge, questo non è nella tradizione del Budo. Questo perché il Budo non è un servizio che viene rivolto a categorie di persone o di utenti, ma un cammino che può essere solo intrapreso volontariamente a causa di una decisione presa individualmente. E’ possibile utilizzare elementi presenti in alcune discipline del Budo per creare qualcosa che possa essere usato come forma terapeutica o di sostegno, sempre che quanto proposto sia realmente la cosa più utile per chi ne fruisce. Questo tipo di pratiche però perdono il loro legame con il Budo e divengono qualcos’altro. Anche un disabile o una persona svantaggiata può praticare Budo se lo desidera, trarne anche molto giovamento, ma solo le sue motivazioni derivano dall'interesse che nutre per la pratica e dal piacere che gliene deriva. Kano Jigoro scriveva che il Judo inizia dove termina il desiderio della vittoria o la paura della sconfitta, facendo chiaramente capire che la pratica del Judo era una ricerca rivolta alla evoluzione personale. Un maestro di una Arte del Budo è una persona che, percorrendo la propria Via, ha raggiunto dei risultati tali da essere di esempio per gli altri. Un Maestro non è necessariamente un insegnante. Un Maestro non insegna per forza con regolarità e, a volte, non insegna affatto. Nei raduni per insegnanti che si svolgono nel nostro paese spesso si spiegano le modalità

con le quali cercare di conservare in palestra il maggior numero di utenti. Si cerca di inventare modi affinché gli allievi non si annoino e siano motivati alla pratica. Si cerca di insegnare modalità con cui fare iniziare la pratica il prima possibile, inventando forme di gioco o adattando le discipline stesse alle varie necessità. Si arriva a considerare che il buon insegnante è colui che riesce a soddisfare i bisogni di ogni allievo, dal bambino all’adulto.      L’insegnante diviene Pedagogo, Allenatore, Psicologo e, a volte, Maestro di Vita. Tutto questo non è Budo. Secondo la cultura originaria del Budo, un Maestro non ha bisogno degli allievi. Il Maestro, nei modi e nei tempi che ritiene giusti, può indicare come raggiungere una meta a chi ne sia sinceramente interessato. Il Maestro può solo trasmettere una tradizione. Solo chi ne è veramente interessato, attraverso la pratica potrà, grazie all’aiuto di un Maestro, trovare la sua strada e migliorarsi. La strada del miglioramento in ogni caso è un percorso personale, non c’è insegnante  che può compiere il Miracolo di trasmetterla in forma spirituale. L’evoluzione è uno percorso individuale facilitato dalla presenza di uno o più Maestri. E’ difficile trovare in Giappone qualcuno che si è formato seguendo un solo insegnante. E’ interessante che spesso è proprio un Maestro a consigliare all’allievo di studiare anche con un altro Maestro, suggerendogli magari di approfondire con un altro

Nakano Shozo un 10° Dan di

Judo ignorato in occidente  che tanto

ha dato al Judo in Giappone

insegnante una particolare materia in cui questi eccelle.E’ quasi impossibile veder succedere questo in Italia, un po’ perché i vari insegnanti si tengono stretti gli allievi per motivi economici, un po’ perché essere maestro, nella nostra cultura, ha una valenza diversa. Nella nostra cultura c’è un solo Maestro, una sola luce, una sola verità, una sola fonte, un solo Dio. “Non avrai altro Maestro al di fuori di me” è un comandamento estremamente piacevole per molti insegnanti ma, per loro sfortuna, non è mai stato scritto.

 

Una opera di Miyamoto Musashi

un grande uomo di spada e

allo stesso tempo un grande artista

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