Se tutti hanno più o meno chiare in mente quali siano le qualità che un allievo deve coltivare, è molto meno chiaro quali siano le qualità che un maestro debba possedere. Nel mondo del Judo (ma anche in tante altre discipline) allenatori, istruttori e maestri si moltiplicano continuamente, anche se resta da chiarire cosa esattamente rappresentino queste figure e come contribuiscano al progresso della disciplina che insegnano. Il termine Maestro viene largamente abusato, tanto che chiunque abbia una cintura nera indosso praticamente è ritenuto tale, ma anche per istruttori e allenatori esistono a mio parere molti fraintesi. Cerchiamo un attimo di chiarire il senso che queste cariche ricoprono all’interno del Budo. Nel Budo l’allenatore non esiste. Questa terminologia è viziata dalla interpretazione sportiva dilagante, ma nella tradizione essa non trova posto. Per essere più precisi nella tradizione non esiste il concetto di allenamento sportivo, di preparazione atletica in vista di un particolare evento, di allenamento fisico tramite la pratica di esercizi (di Judo o di altre discipline) finalizzati o modificati al fine della prestazione fisica. Nel Budo esiste la pratica, che può essere dura e può quindi di riflesso “allenare” il fisico del praticante, ma si tratta di un punto di vista radicalmente diverso da quello della preparazione fisica. E’ singolare pensare che l’allenatore è alla fine un personaggio che si trova ad insegnare senza avere le competenze riconosciute a un Istruttore o a un maestro. Deduciamo quindi che l’allenatore non dovrebbe insegnare e allo stesso tempo che nella pratica tradizionale l’idea di l’allenamento non esiste. Parlare di allenatore in qualsiasi disciplina del Budo è così fuori luogo. Essere Istruttore in Italia significa in genere aver superato l’esame di secondo Dan ed uno specifico esame per istruttori.  Essere promosso ad un esame per secondo dan non è poi una difficoltà così ardua, specie considerando, ad esempio in discipline quali il Judo, il bassissimo livello tecnico medio.

 

 

Il Maestro olandese Shutte, un esempio di amore per la pratica del Judo fino alla vecchiaia

 

Le competenze richieste per essere un istruttore sono a mio parere ragionevolmente riconoscibili in un buon quarto Dan. E’ molto interessante osservare poi quali siano le materie di studio richieste in genere all’aspirante istruttore. Anatomia, Psicologia, Didattica, Medicina, Metodologia d’insegnamento. Praticamente una infarinatura di tutto quanto è riconosciuto come il bagaglio di un istruttore di un qualsiasi sport, dimenticando però una materia ….il Judo. A volte sento dire che l’istruttore non deve essere bravo per sé, ma saper insegnare agli altri. Sarebbe come se io dovessi insegnare danza classica. Non l’ho mai praticata,  ma se conosco bene a memoria il manuale per divenire istruttori, magari ce la farò. Naturalmente la figura più interessante rimane il maestro. Quali qualità deve possedere un maestro per essere realmente tale? Non è difficile capirlo, si tratta della maestria. Per definire questa qualità pensiamo ad esempio ad un ceramista, ad un fabbro  o ad un artigiano qualsiasi. La maestria dell’artigiano sta nell’essere capace di fare un lavoro, di padroneggiare un’arte e costruire oggetti o eseguire lavori di particolare difficoltà, con un ottimo risultato. Se applichiamo questi parametri del concetto di maestria ad un maestro di judo, deduciamo che quest’ultimo sarà tale se sarà in grado di praticare judo e di eseguire gli esercizi più difficili con un ottimo risultato. Al Kodokan di Tokyo non è raro vedere maestri di oltre ottanta anni eseguire perfettamente i Kata più difficili, e non ci si può quindi nascondere dietro al fatto che, data l’età, i nostri maestri non siano più in grado di praticare.E’ veramente singolare vedere maestri che, nelle varie organizzazioni presenti in Italia, esaminano gli aspiranti al terzo o al quarto dan giudicando i Kata o la tecnica, quando spesso la loro conoscenza è inferiore a quella degli esaminati.

 

E' molto difficile in Italia vedere un maestro che dimostra un Kata, specialmente di fronte a spettatori preparati. Questo perché la maggioranza di coloro che si professano maestri non sono in grado di eseguire Kata o se lo fanno lo presentano in modo assai impreciso. Spesso i nostri maestri non fanno più randori e non sono in grado di eseguire la tecnica. In altre parole spesso essi non hanno maestria nell’arte del Judo. Come spesso ripete il Maestro Yamamoto, bisogna capire con il corpo e non con la testa. Se non è così viene eseguito uno sforzo esclusivamente intellettuale, ma che non ha niente a che vedere con il Judo. Il Judo non è fatto perché lo si insegni, ma perché lo si pratichi. Chi ha percorso una strada può indicare a chi lo segue il cammino, per questo il termine che viene usato al posto di “maestro” in giapponese è Sensei, che significa “nato prima”. All’opposto non potrà indicare una strada da percorrere chi si sia formato sui “Bignami” del Judo e pretenda di insegnare, anche quando il suo titolo sia riconosciuto da una federazione o da un ente. E’ importante che le nuove generazioni di praticanti vengano formate tenendo conto della cultura del Budo, che è diversa dalla cultura dello sport. Se sarà così presto avremo una massa di veri praticanti che richiederanno ai loro insegnanti, alle loro federazioni o associazioni di fornire loro una corretta formazione, causando un ricambio nei quadri dirigenti delle varie organizzazioni judoistiche. L’alternativa, che è la cosa più probabile, consiste nello stallo del Judo e di tante altre discipline legate al Budo, in un mondo sospeso fra sport e tradizione, dove quest’ultima, confusa e senza identità, lentamente si consumerà fino a scomparire.

 

Guy Pelletier

 

Due grandi maestri europei. Guy Pelletier, francese, oramai più che ottantenne continua lo studio e l'insegnamento del Judo. Trevor Legget, inglese, ha contribuito alla nascita del Judo nel suo paese, ed ha aiutato il progresso del Judo mondiale con le sue inestimabili traduzioni dal giapponese

 

 

Trevor Legget