Kanaya Mitsuru Sensei

 

                                                                                                                                                              nei ricordi di Alessio Oltremari

 

 

 

 

“Non avrete nemmeno mai sentito dire il nome del mitico Kanaya”. Era il 1988 e ci trovavamo a Volterra durante uno stage estivo di Judo. Cesare Barioli ogni sera ci raggruppava in una sala e ci raccontava le storie del Judo, dei vecchi Maestri, di una cultura difficile da capire e di cui sapevamo tutti ben poco. Quella sera sentii per la prima volta il nome del Maestro Kanaya, un Judoka eccezionale, con una tecnica efficace e bella. Barioli ne parlò appena, d'altronde anche lui non lo aveva mai incontrato. Forse era per il suo nome un po' buffo, forse per il contesto del racconto, ma quel nome non me lo dimenticai. Kanaya era un fortissimo Judoka. Era nato nel Marzo del 1934 e si era impegnato fin da bambino con tutte le sue forze nel judo. Quando furono scelti i rappresentanti della squadra giapponese per le Olimpiadi di Tokyo il suo nome era in prima fila. lla fine però qualcuno pensò che era preferibile un Judoka più giovane a rappresentare il Giappone. Trenta anni erano un po' troppi al giudizio di chi si trovò a decidere e alla fine al posto di Kanaya fu scelto Inokuma. Il nome del mitico Kanaya così non è tanto conosciuto al di fuori del Giappone, anche se al Kodokan di Tokyo non c'è Maestro che non abbia il massimo rispetto per Kanaya Sensei.

 

 

Era il Era il mese di Maggio del 1997 ed ero in Giappone. Stavo facendo Randori nel grande Dojo del Kodokan, al settimo piano. Il Maestro Okada si mi avvicinò e mi presentò un signore dall'aria simpatica, invitandomi a fare Randori con lui. Era chiaramente un uomo che aveva più di sessanta anni e mi apprestai a fare Randori con tutte le attenzioni del caso. Cominciammo a muoverci e dopo un po', vedendo che non attaccavo, quello incominciò a dirmi: “Proiettami”. Io esitavo e lui ancora e poi ancora : “Proiettami!!!”. Così, lo proiettai, una, due, tre volte, quasi per sciogliere la tensione che mi stava avvolgendo. Il signore si rialzo sorridendo, forse gli andavo bene, e comiciò a fare Randori sul serio. Mi travolse con un Harai Tsuri Komi Ashi terminato in Sutemi Waza e poi, non potevo crederci, in un bellissimo Ura Nage in contrattacco. Ero affascinato da tanta bravura. Terminò il Randori e finalmente parlando con questo bravissimo Judoka seppi che avevo praticato con Kanaya Mitsuru Sensei, 8° Dan, allora dell'età di sessantaquattro anni. Avevo conosciuto il mitico Kanaya. Da allora l'ho incontrato tante volte. Ho fatto tanti Randori con lui, cercando di rubare il segreto della sua morbidezza e della sua efficacia. Il Maestro non usava mai forza fisica, gli spostamenti e il tempo giusto nell'azione erano la sua forza. Kanaya Sensei non praticava Kata. “Il Kata non è Judo”, diceva. Io la penso molto diversamente, ma quando facevo Randori con il Maestro sentivo tutto l'universo del Kata presente nella sua tecnica. La sua adattabilità, decisione, scelta delle opportunità e stile, sembravano uscite da un Kata. Gli altri al Kodokan parlando di lui lo chiamavano “Technical department”, tanto per capire di quale livello di Judo si parlasse. Oltre al Judo il maestro amava fare lunghe passeggiate in montagna con sua moglie. Il Maestro era molto aperto di mente, dal carattere socievole e curioso. Una volta, oramai sulla settantina, si mise anche a studiare ballo, ma smise subito e pare che proprio non avesse la stoffa giusta. Quante gentilezze e consigli ho ricevuto da Kanaya Sensei, soprattutto per me però era importante il suo esempio. Persona gentilissima, molto modesta, con un grande amore per il Judo ed in particolare per il Randori, che lo faceva salire sul tatami ogni giorno con entusiasmo. Qualche anno fa fu colto da un infarto. Quando lo rividi, un po’ stanco e assente, mi rattristai moltissimo. Poi lentamente il Maestro riprese le forze. Anche se oramai non poteva più dedicarsi al suo amato Randori, ogni giorno saliva sul tatami guardando, consigliando e facendo quello che la sua condizione gli poteva permettere.L’ultima volta che l’ho visto è stato un po’ più di anno fa, nel novembre del 2009. Cenammo assieme, parlando come sempre della nostra comune passione. La scorsa settimana il Maestro ci ha lasciati. L’ho appreso da una telefonata. Proprio non me lo aspettavo. In questi giorni ho pensato e ripensato al Maestro Kanaya, ai bei ricordi e agli insegnamenti che mi ha regalato. Penso che sono stato fortunato a poterlo conoscere e rimarrà sempre in me qualcosa di lui. Sarebbe bello se lo spirito di questo Maestro aleggiasse un poco su di noi, su tutto il mondo del Judo. Che rimanesse una traccia in tutti i Dojo della atmosfera allegra e gioiosa con cui Kanaya Sensei si gettava nel Randori, un sentimento con cui riusciva a contagiare tutti. Spero almeno che in tanti sappiano che c’è stato un mitico Maestro di nome Kanaya, e che si ricordi che finché qualcuno praticherà un Randori fatto di gioia e bellezza, lo deve anche all’esempio di quest’uomo.