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Era il Era il mese di Maggio del 1997 ed
ero in Giappone. Stavo facendo Randori nel grande Dojo del Kodokan, al settimo
piano. Il Maestro Okada si mi avvicinò e mi presentò un signore dall'aria
simpatica, invitandomi a fare Randori con lui. Era chiaramente un uomo che aveva
più di sessanta anni e mi apprestai a fare Randori con tutte le
attenzioni del caso. Cominciammo a muoverci e dopo un po', vedendo che non
attaccavo, quello incominciò a dirmi: “Proiettami”. Io esitavo e lui ancora e
poi ancora : “Proiettami!!!”. Così, lo proiettai, una, due, tre volte, quasi per
sciogliere la tensione che mi stava avvolgendo. Il signore si rialzo
sorridendo, forse gli andavo bene, e comiciò a fare Randori sul serio. Mi
travolse con un Harai Tsuri Komi Ashi terminato in Sutemi Waza e poi, non potevo
crederci, in un bellissimo Ura Nage in contrattacco. Ero affascinato da tanta
bravura. Terminò il Randori e finalmente parlando con questo bravissimo Judoka
seppi che avevo praticato con Kanaya Mitsuru Sensei, 8° Dan, allora dell'età di
sessantaquattro anni. Avevo conosciuto il mitico Kanaya. Da allora l'ho
incontrato tante volte. Ho fatto tanti Randori con lui, cercando di rubare il
segreto della sua morbidezza e della sua efficacia. Il Maestro non usava mai
forza fisica, gli spostamenti e il tempo giusto nell'azione erano la sua forza.
Kanaya Sensei non praticava Kata. “Il Kata non è Judo”, diceva. Io la penso
molto diversamente, ma quando facevo Randori con il Maestro sentivo tutto
l'universo del Kata presente nella sua tecnica. La sua adattabilità, decisione,
scelta delle opportunità e stile, sembravano uscite da un Kata. Gli altri al
Kodokan parlando di lui lo chiamavano “Technical department”, tanto per capire
di quale livello di Judo si parlasse. Oltre al Judo il maestro amava fare lunghe
passeggiate in montagna con sua moglie. Il Maestro era molto aperto di mente,
dal carattere socievole e curioso. Una volta, oramai sulla settantina, si mise
anche a studiare ballo, ma smise subito e pare che proprio non avesse la stoffa
giusta. Quante gentilezze e consigli ho ricevuto da Kanaya Sensei, soprattutto
per me però era importante il suo esempio. Persona gentilissima, molto modesta,
con un grande amore per il Judo ed in particolare per il Randori, che lo faceva
salire sul tatami ogni giorno con entusiasmo. Qualche anno fa fu colto da un
infarto. Quando lo rividi, un po’ stanco e assente, mi rattristai moltissimo.
Poi lentamente il Maestro riprese le forze. Anche se oramai non poteva più
dedicarsi al suo amato Randori, ogni giorno saliva sul tatami guardando,
consigliando e facendo quello che la sua condizione gli poteva
permettere.L’ultima volta che l’ho visto è stato un po’ più di anno fa, nel
novembre del 2009. Cenammo assieme, parlando come sempre della nostra comune
passione. La scorsa settimana il Maestro ci ha lasciati. L’ho appreso da una
telefonata. Proprio non me lo aspettavo. In questi giorni ho pensato e ripensato
al Maestro Kanaya, ai bei ricordi e agli insegnamenti che mi ha regalato. Penso
che sono stato fortunato a poterlo conoscere e rimarrà sempre in me qualcosa di
lui. Sarebbe bello se lo spirito di questo Maestro aleggiasse un poco su di noi,
su tutto il mondo del Judo. Che rimanesse una traccia in tutti i Dojo della
atmosfera allegra e gioiosa con cui Kanaya Sensei si gettava nel Randori, un
sentimento con cui riusciva a contagiare tutti. Spero almeno che in tanti
sappiano che c’è stato un mitico Maestro di nome Kanaya, e che si ricordi che
finché qualcuno praticherà un Randori fatto di gioia e bellezza, lo deve anche
all’esempio di quest’uomo. |
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