Il termine Jutsu  letteralmente significa arte o anche abilità nel fare qualcosa. Vi sono molti termini composti in cui Jutsu viene usato, ad esempio: gijutsu (tecnica), geijutsu (Arte), majustu (magia), bijutsukan (museo), etc. Nel mondo delle “Arti Marziali” viene invece spesso erroneamente pensato che il termine Jutsu sia un concetto legato al combattimento reale o alla difesa personale. Il Ju Jutsu ad esempio, all’esterno del Giappone, ha la sua primaria interpretazione come scuola di difesa personale, anche se in genere viene omesso di specificare di quale Ju Jutsu si tratti. Il termine Ju Jutsu di per sè non ha un senso particolare, se non si specifica di quale scuola di Ju Jutsu si parli (Shinto Ryu, Daito Ryu, Kito Ryu, etc.). Quasi sempre gli insegnanti occidentali di “Ju Jutsu”  non  hanno un diploma specifico di una precisa scuola e talvolta essi mescolano quanto appreso praticando occasionalmente con Maestri di varie scuole di Ju Jutsu, o addirittura inventano il “loro” Ju Jutsu. Il Ju Jutsu, nelle varie scuole che lo compongono, ha una storia, una tradizione e un insegnamento ben preciso ed è insieme al Ken Jutsu, al So Jutsu, al Naginata Jutsu etc., parte del patrimonio del Bu Jutsu.

 

Il Ju Jutsu ad esempio, se correttamente praticato, non persegue obbiettivi diversi da quelli della pratica del Naginata Jutsu (Alabarda) sia negli scopi di fondo che nel patrimonio etico legato alla disciplina. Se il Ju Jutsu può sembrare legato alla difesa personale, cosa pensare del Naginata Jutsu (Alabarda). Chi si immagina qualcuno che fa difesa personale portandosi dietro l’alabarda o la lancia? Chi piega il Ju Jutsu, o anche altri arti, alla logica di difesa personale o a tecniche da utilizzare come Show, dimostra di non aver appreso niente del Bujutsu e di stare operando per stravolgerne la pratica e la cultura. Per questo è fondamentale che chi si addentra, o ha intenzione di addentrarsi, nello studio del Bu Jutsu e del Budo, cerchi prima di tutto di comprendere la cultura che gli anima e la loro storia. Si sente spesso parlare della differenza fra Jutsu e Do, come di una invalicabile barriera culturale che si contrappone fra due diversi modi di vivere e sentire. L’assunto che Jigoro Kano utilizzando per primo il termine “Do” abbia tracciato un nuovo orizzonte nel modo della pratica e nell’indirizzo etico delle discipline legate alla

 

 

tradizione di combattimento giapponese, è da ritenersi del tutto erronea. In primo luogo Kano non fu il primo ad utilizzare il termine Do, che invece fu utilizzato da Jikishin Ryu, da parte del Maestro Terada Kan’emon. Egli si distaccò dalla scuola di Kito per sviluppare un proprio metodo senza l’uso di armi, dove dare il maggior peso possibile ad una pratica volta al miglioramento etico e spirituale del praticante, più che allo scopo dell’efficacia tecnica. Così possiamo affermare che Kano si è inserito nella onda culturale iniziata circa un secolo prima con questa esperienza di Jikishin Ryu e non ha creato in prima persona il concetto di Do, come cardine su cui imperniare il perché della pratica di un’arte di combattimento. Dobbiamo pensare allora che il Bu Jutsu non avesse fondamento morale o che non esistesse una idea di Via Spirituale al suo interno e, solo con l’avvento di Kan’emon, sia iniziata a nascere l’idea di “Do”? Anche questa idea non è corretta, in quanto fino dal suo inizio il Bu Jutsu ha osservato un’etica che faceva dello sviluppo spirituale del praticante il senso principale della disciplina. Il Bujutsu era il cuore della formazione di un Bushi, che tramite il suo studio affrontava l’avventura di migliorare se stesso e perfezionarsi, ed in questo senso seguiva il suo “Do”, la sua Via spirituale. 

 

 

Il termine “Jutsu”  è intrinsecamente legato all’idea di “Do”. Intraprendere un percorso di miglioramento di se stessi attraverso un’arte, vissuto nei canoni della tradizione e della cultura dell’arte stessa, equivale a percorrere una “Via”. Per il fatto di praticare seriamente un arte “Jutsu”, si percorre “Do”, la Via. Il Bujutsu esisteva in un contesto storico e sociale diverso da quello della Restaurazione Meiji, che è il periodo in cui ha operato Kano. Le antiche scuole di Bujutsu (Koryu), avevano il loro principale motivo di esistenza come centri di addestramento ed educazione dei guerrieri, in genere al servizio di un signore che affidava ad un Maestro il compito di preparare i propri uomini migliori, tramite lo studio e la disciplina. Altre volte le scuole di Koryu erano legate a templi, come ad esempio per il Katori Shinto Ryu o il Kashima Shinto Ryu, tradizioni che continuano ancora oggi ininterrottamente dalla loro fondazione.

 

 

 

Tomoe Nage di Tenshin Shin Yo Ryu

 

 

Benché le scuole di Koryu fossero più o meno chiuse, esse si rivolgevano in ogni caso ad un ristretto numero di praticanti. Questi erano legati al maestro con un vincolo particolare che li assimilava, come a fare parte di una stessa famiglia, di cui i praticanti della scuola erano tutti ugualmente membri. L’insegnamento non veniva impartito a chiunque né a causa di un compenso, si trattava di un rapporto stretto e personale fra Maestro e allievo. Il cambiamento radicale di Kano è stato il fatto di aprire le porte dei Dojo, e di permettere a chiunque di praticare, moltiplicando in questo modo gli adepti ma riducendo la possibilità di un rapporto personale e profondo con il Maestro, cosa possibile solo per un ristretto numero di allevi (Deshi). Di fatto tutte le arti moderne che (come il Judo, l’Aikido, il Kendo etc.) vengono oggi praticate, si collocano su di una linea che proviene da una tradizione Jutsu, e ne continuano lo spirito e l’insegnamento in un contesto sociale moderno e radicalmente cambiato. Possiamo dire che la pratica delle arti moderne, sia più facile da intraprendere per chi non vive in Giappone e non può comprendere la cultura tradizionale giapponese ed i suoi modi di comunicazione e di interazione sociale.Lo studio di uno stile di Koryu, presuppone un rapporto personale e continuato con un Maestro che sia realmente parte di una tradizione e abbia conseguito la qualifica di Menkyo Kaiden. Questo significa che può trattarsi inevitabilmente solo di un insegnante giapponese. Le scuole di Koryu, tradizionalmente, non si rivolgono però ad un numero illimitato di persone. In altre parole non è pagando una quota e partecipando ad uno stage che si viene a contatto con l’insegnamento, ma è solo dal rapporto personale con l’insegnante che si accede alla studio della scuola. Nella maggior parte dei casi i Maestri di uno stile di Koryu, trovandosi in occidente, si rifiutano di tenere lezioni collettive, stage o meeting, in quanto non è nella cultura delle loro scuole trasmettere l’insegnamento indiscriminatamente e sotto questo tipo di forma. Addirittura quando un insegnante si sposta insegnando professionalmente e tenendo lezioni collettive, magari legate ad una organizzazione che rilascia diplomi o gradi, c’è da dubitare della correttezza, della competenza  e della reale appartenenza di questo ad una tradizione di Koryu.

 

 

 

 

 

Pratica di Katori Shinto Ryu al Dojo del tempio di Kashima - Giappone

 

 

 

Credo che la tradizione del Koryu, corra un pericolo attraverso l’interesse che l’occidente sta dimostrando per essa. Abbiamo assistito e stiamo assistendo ad una mercificazione del Budo e del Ju Jutsu in Italia e nel mondo. Ovunque ci sono persone che insegnano ogni genere di disciplina senza avere un reale contatto con un vero Maestro e senza la autorizzazione di questi all’insegnamento. Ovunque fioriscono Associazioni e Gruppi che offrono gradi e mandati all’insegnamento in determinate zone del paese. Questo tipo di diffusione consumistica delle varie discipline, ha confuso con il Business la corretta trasmissione della tradizione. Le discipline del Koryu corrono così il rischio di subire lo stesso danno che hanno subito ad esempio il Judo con la sua mera interpretazione sportiva e il Ju Jutsu con il suo fraintendimento culturale di base. Solo se negli insegnanti e nei praticanti nascerà in futuro una volontà di comprendere la cultura e la tradizione del Budo e del Bujutsu e di sperimentarne l’essenza, potremo avere anche in occcidente un futuro per queste discipline. Se questo non avverrà continuerà la deriva della reinterpretazione culturale di queste e ci ci sarà un sempre maggior divario fra quanto queste tradizioni ci tramandano e quanto viene insegnato al di fuori del paese di origine di queste arti.